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presa al volo / n°31

papa lasciami giocare

tratto da "la Provincia di Cremona"
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ombre cinesi

Prendo spunto dalla “lettera” che viene pubblicata per fare alcune considerazioni, molte delle quali nate da situazioni vissute in prima persona, dopo 3 anni come accompagnatore del minirugby in Tarvisium e quasi 8 come padre.
I nostri figli hanno un diritto inviolabile, hanno il diritto al gioco.

Purtroppo per questioni di tempo, di impegni scolastici, di impegni della famiglia, di condizioni “urbanistiche” (in città con sempre meno spazi sicuri), le condizioni della vita contemporanea sono di grande ostacolo alla possibilità per i nostri figli di giocare liberamente tra compagni di scuola o vicini di casa.
Il gioco libero, quello inventato sul momento e giocato in assoluta spontaneità, è troppo spesso costretto nelle sole ricreazioni scolastiche o all'interno delle case con i pochi amici che sono liberi dagli altri numerosi impegni, o che possono essere accompagnati dai nonni (per chi ha la benedizione di averli...).
Fortunatamente molte associazioni sportive in parte sopperiscono, con le loro attività, a queste mancanze, creando momenti aggregativi in spazi sicuri e possibilità di gioco attraverso la pratica sportiva.
Ancora più fortunatamente molte famiglie hanno colto queste opportunità per i propri figli e li avviano a quello sport e a quel gioco che, scuola e società, dovrebbero garantire, ma che stentatamente riescono a dare.
Sarà perchè vestono una divisa con i colori di una società.
Sarà perchè ogni pratica sportiva implica una qualche forma di competizione.
Sarà perchè ogni incontro o gara o prova inevitabilmente lascia come segno più visibile (ma non il più significativo) un risultato numerico a tabellone.
Sarà perchè la domenica li guardiamo giocare senza esserci ancora e davvero scrollati di dosso la competizione, la pressione, le aspettative dei nostri lavori e delle nostre giornate.
Sarà perchè forse da troppo tempo non giochiamo più e da troppo tempo siamo imbrigliati nella “vita vera”.
Sarà perchè li amiamo tantissimo.
Per tutti questi motivi, e per tanti altri (ciascuno di noi per i propri), capita che, senza volerlo e senza capirlo, finiamo per essere l'ennesimo ostacolo al libero esercizio di quel diritto al gioco dei nostri figli.
Accade ovunque (anche nel rugby di base), capita (in mille subdole e impercettibili forme) sempre più spesso.
Confesso, anche in maniera un po' ingenua, quello che ho vissuto io in prima persona o attraverso le esperienze dirette dei bambini e degli adulti che ho conosciuto in questi anni.
Non credo che siano errori da condannare e basta, ma debbano essere spunti per riflessioni personali e impegni a migliorarsi.
L'obbligo all'impegno e alla costanza, vissuto come un dovere quasi assoluto. “Devi andare agli allenamenti e impegnarti perchè ti ho iscritto, ho pagato la quota e quindi adesso lo devi fare...”. Beh, è vero: l'ho iscritto io genitore, ma mio figlio mi ha SOLO detto che (tra le proposte che aveva a disposizione) a lui piaceva quella... non ha firmato un contratto, e magari avrebbe (se avesse potuto) scelto semplicemente di giocare tutto il giorno in giardino od in strada; solo che quest'opzione non ce l'aveva. Un bambino, a 6 o 10 anni, può tranquillamente cambiare idea, anzi proprio questa discontinuità gli serve per valutare (come se andasse per tentativi empirici) quello che gli piace o meno.
Un bambino scopre ogni giorno cose nuove (non ha già visto tutto come gli adulti) e si appassiona e interessa a cose diverse. Quindi quello che ieri gli piaceva, magari oggi è passato in secondo piano e domani magari tornerà a piacergli.
Certo, praticare uno sport prevede e insegna la dedizione e l'impegno, ma tutto deve crescere e svilupparsi in maniera naturale.
Spesso noi adulti sentiamo il bisogno di intervenire negli screzi tra bambini o nelle decisioni prese dagli aduli durante il gioco (quasi a voler proteggere dai pericoli o dalle ingiustizie). Troppo amore? Ci aspettiamo che il gioco e lo sport, in quanto attività regolamentata, sia imbrigliato nelle regole e negli schemi che noi percepiamo in qualità di adulti?
In realtà nel gioco libero i bambini, come tutti i cuccioli di animale, stabiliscono e poi cambiano e poi migliorano le regole in piena autonomia.
Trovano i loro leader (i capi gioco), fanno le squadre con i propri imperscrutabili criteri (e non necessariamente scegliendo i più forti), litigano, si azzuffano (determinando quindi delle gerarchie) e sanciscono la pace. Tutto da soli.
Ecco, nelle attività sportive dell'infanzia, questi aspetti di ricerca e costruzione dell'autonomia del bambino devono essere rispettati. Sebbene lo sport sia giustamente regolamentato, in quello dell'infanzia è presente anche l'aspetto ludico e tale aspetto ha un valore fondamentale per il bambino che lo pratica (anzi che lo gioca). Gli educatori “semplicemente” indirizzano e finalizzano le energie e le azioni dei bambini verso lo scopo del gioco e la conseguente comprensione delle regole. Ma senza il divertimento e l'interpretazione data dai bambini, non può nascere la successiva passione per lo sport che praticano. Lo sport dell'infanzia deve essere divertente ed anche interpretato a misura di bambino.
Le questioni dei bambini dovrebbero essere risolte tra i bambini.
E quando mi capita di parlare loro, mi è stato insegnato di piegarmi sulle ginocchia per essere alla loro altezza e creare un contatto più diretto ed equo. Ho scoperto che questo gesto, questo piegamento, mi serve a ricordare di abbandonare in parte il punto di vista dell'adulto e di assumerne anche la visione del bambino.
La libertà nel gioco, anche nell'attività sportiva dell'infanzia, passa anche attraverso la crescita dell'autostima, la graduale confidenza nelle proprie capacità e quindi nel miglioramento graduale.

In conclusione capita che le aspettative, le frustrazioni, i sogni degli adulti vengano proiettati sul bambino.
Come ombre cinesi su di uno schermo bianco.
Ma quello schermo appartiene al bambino, e solo lui ha il diritto di riempirlo di disegni, di sogni, di giochi.
Il rugby è uno sport di situazione (e di combattimento regolamentato).
I nostri figli devono poter sperimentare le mille soluzioni possibili ed ogni volta diverse che le situazioni gli pongono. Lo devono poter fare in libertà, in serenità, senza costrizioni esterne se non il graduale processo di apprendimento delle regole del gioco/attività sportiva.
Solo garantendogli il diritto al gioco, facendoli divertire e appassionare saranno capaci di trovare gli stimoli per l'impegno, la costanza, la dedizione e il sacrificio.

E chi viene a giocare a minirugby in Tarvisium, lo schermo su cui disegnare il proprio divertimento, il proprio gioco, la propria crescita, lo trova colorato del verde dei nostri campi.

 

Alberto Scotto

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