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presa al volo / n°46

top difesa italiana quando vittorio munari fece marcare kirwan a uomo 12677

 

presa al volo / n°46

 

“Chi è stato?"

 

Sembra che quanto accaduto a Twickenham non si sia inventato nulla….
In questo interessante articolo di Giorgio Sbrocco si ricorda anche un episodio con La Tarvisium Protagonista.

Buona lettura

Sergio Amaglio

 

da www.rugbymeet.com
27.02.17

Difesa italiana:

Quando Vittorio Munari fece marcare Kirwan “a uomo”

Nel passato italiano la regola del fuori gioco è stata più volte “interpretata”

 

Antonino Failla da Catania, detto “Tamburi lontani”, samoano nell’aspetto e nella intima conoscenza del gioco. Uno che, molto semplicemente e con una naturalezza che nel rugby di casa nostra pochi hanno saputo replicare, placcava “tutto quello che c’era da buttare giù”, e correva, oltre a saper usare le mani e il piede come pochi. Un giorno a Treviso (quando il massimo campionato ancora si chiamava serie A) cancellò il grande John Kirwan dalla partita. Salendo oltre la linea del vantaggio e andandosi a incollare “a uomo” al gigante di Auckland per placcarlo appena questi riceveva la palla. “Arbitro! Fuorigioco!” urlavano le tribune di Monigo. E c’è chi giura di aver sentito lo stesso Kirwan avanzare qualche dubbio circa il comportamento del Tonino da Catania che, per tutta la partita, gli restò praticamente aggrappato ai calzoncini, finché i centri di Treviso (gente che sapeva giocare davvero e molto bene) capirono l’antifona e smisero di servirlo. In effetti, Failla di infrazioni non ne commetteva alcuna. Dal momento che, una volta lanciato il gioco da una fase statica o da un raggruppamento, anche i piccoli dell’under 14 lo sanno o dovrebbero saperlo, le linee di fuori gioco non ci sono più. La pensata, e i relativi adattamenti studiati in allenamento portavano la firma di Vittorio Munari (da allora, e non solo per questo scherzetto e per la statura in centimetri, soprannominato Napoleone) che a quei tempi sedeva sulla panchina del Petrarca. Lo stesso che ieri, in telecronaca, deve aver fatto una fatica bestia a non scoppiare a ridere (Mike Catt in tribuna non ha resistito e le Tv di tutto il mondo ne hanno registrato le inequivoche movenze) ogni volta che Danny Care, palla in mano dietro a quella che riteneva essere una ruck, sembrava ripetere il tradizionale gesto di chi, ricevuto in regalo l’annuale uovo di Pasqua, lo scuote più volte nella speranza di indovinare la natura e il valore della sorpresa.

E che dire di Haskell e del tallonatore capitano dell’Invincibile armata Hartley che, richiesta e ottenuta udienza all’arbitro Poite, un altro che deve aver faticato non poco per non mettersi a ballare a centro campo, per la gioia di vedere i suoi cugini (cugini?) alle prese con un problema per loro irrisolvibile, si sentono rispondere quel che tutti abbiamo sentito (“Io arbitro, non vostro allenatore)?

È vero, alla fine ne abbiamo presi 36, che non sono pochi. Ma abbiamo evitato la grandinata che in molti (chi scrive fra questi) si attendevano, con rassegnata seppur composta partecipazione al lutto. E l’abbiamo fatto (plurale maiestatis, pare l’abbia fatto uno di Johannesburg) scavando appena appena sotto la superficie del regolamento. Mica barando, sia chiaro!

“Il re è nudo!” avrebbe urlato, se solo a scuola gli avessero fatto leggere roba seria e non le solite tirate sulla fame e sulla pace nel mondo, un ragazzino di poco più più di 10 anni del quale mai ho saputo il nome e che non so se qualcosa di buono nel mondo del rugby abbia fatto o combinato, una fredda mattina di dicembre a Padova di qualche lustro fa.

Era in corso di svolgimento, all’interno di un concentramento (allora si chiamavano così, prima che qualcuno si accorgesse che, un concentramento, su un campo…) di Minirugby fra club della regione, mi pare fosse un Tarvisium – Mirano. E i ragazzini in maglia bianca (quella della Tarvisium, per quei pochissimi che dovessero non saperlo, è rossa. Al massimo: rosso vivo, secondo le indicazioni di uno dei suoi padri fondatori) avevano allestito, per giocare un calcio di punizione a favore, una sorta di barriera a semicerchio formata da 5 giocatori, tutti che davano rigorosamente le spalle all’avversario. Il piano di battaglia prevedeva che il n.9 del Mirano servisse, senza che i Rossi potessero vedere dove andava la palla, l’ovale a uno dei cinque della muraglia il quale (ore e ore di allenamento!) l’avrebbe passata-consegnata a uno dei quattro bisonti che quella staccionata avrebbero superato in velocità. Cogliendo impreparata la difesa che nulla avrebbe potuto percepire e comprendere di quanto stava accadendo. Con questo elaborato piano tattico Mirano aveva giù segnato un paio di mete. Stava accingendosi a segnare la terza quando un piccolino (piccolino davvero, non solo per età), al passaggio del n.9 avversario, parte come un missile in direzione dei cinque in piedi, aggira il muro, scopre quale dei cinque ha il pallone, glielo strappa dalle mani e parte in direzione della linea di meta. Che varca trionfalmente. “Arbitro! Fuori gioco!”, urlarono mamme impellicciate e babbi in tenuta da free climbing. Come a Twickenham, come a Monigo, come dovunque chi non sa le cose apre bocca e dà fiato.

26 febbraio 2017, Londra, Sei Nazioni. La storia, anche quella ovale, è solita ripetersi.

Ps – se quel genio di ragazzino sopra descritto, che oggi dovrebbe avere più meno trent’anni, si riconoscesse nel racconto, si faccia vivo. Mi piacerebbe stingergli la mano.

 

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presa al volo / n°45

babbi natali

 

presa al volo / n°45

I Nostri Babbi Natali

 

Cominciare a scrivere un articolo su questi personaggi non è facile, cosa dire, come descriverli, come narrare, poi ho pensato che siano loro, con il loro spirito, con il loro sguardo a parlare di sé.

parte 1

omeni da campo

WP 20161216 09 43 27 ProTwickenham? Ancora meio!
Sul nostro campo se pol xogar anca a golf!
Ma cosa digo golf?!
A biliardo!
Chi che rancura el nostro giardin xe un omo picoeo de statura, ma co un cuor veramente grando.
Pochi lo conoscono il nostro Marino. Arriva la mattina presto e se ne va poco prima che arrivino i ragazzi ad allenarsi, quasi non voglia prendersi merito di tutto il lavoro che svolge, non so se ha mai giocato a rugby, ma dalla forza di volontà e dall'umiltà che ha certamente è un rugbista a tutti gli effetti. Comincia presto la mattina a prendersi cura della nostra casa, dei nostri spogliatoi, e soprattutto del nostro giardino, del campo, tutto tenuto in ordine come fosse casa sua.
È una persona d'oro!

 

 

 

 

wp ss 20161218 0002Chi non ha mai incrociato due gambe lunghissime con un altrettanto busto lungo? Beh, inutile continuare, stiamo parlando del mitico Gigi Gambaeonga, il nostro punto di riferimento per i furgoni. Se non è lui stesso un meccanico, e la sua passione per le donne potrebbe esserne conferma, si preoccupa sempre della manutenzione della flotta di furgoni marchiati Tarvisium, chiede sempre se va tutto bene altrimenti li porta dai suoi colleghi a farli aggiustare. Disponibile e sempre sorridente, lo si trova spesso a bordo campo per scambiare due battute e farsi una sana risata. Grande! Anzi! Eongo!

 

 

 

 

 

 

 

WP 20161206 17 49 03 ProNel baeon sarebbe definito il cigno di Utrecht come Van Basten, ma qua xoghemo a rugby, e podemo ciamarlo tranquiamente Mario. Chi non conosce Mario? Penso che in qualsiasi campo da rugby in qualsiasi partita tu riesca a vedere Mario. Addirittura a Riemes, paesino del sud della Francia è stato avvistato un suo clone, alto compagno, stessa fisionomia, ma soprattutto stesso baffo! Mancava el basco, soeo parché ierimo in agosto. Ah, ovvio, sandali ai piedi anche in inverno! Per i ragazzi è una sicurezza sempre disponibile su consigli atletici e fisici, ma anche tattici e tecnici, è un grande osservatore! Sempre umile!

 

 

 

 

 

 

 

 

parte2

omeni da casetta

WP 20161206 17 49 11 ProInizio con quello che mi fa più impazzire, non che gli altri non siano particolari, ma questo personaggio fioi è il top, basta che vi dico che, grazie a lui, nella culla del rugby del dialetto trevisano ora quasi tutti parlano in napoetan. Beh, avete capito tutti di chi sto parlando, del mitico Vincenzo. Ditemi quale società può vantare un barista che al posto del caffè ti fa una crema! Sempre sorridente e ricco di aneddoti, chiedetegli se si ricorda il volume della sfera! Ah, ho scordato il suo poliglottismo, riesce a farsi capire da tutti. L'altro giorno lo ammiravo mentre interloquiva con dei sud africani, ovviamente loro parlavano afrikaner e lui napolitaner. Grande!

 

 

 

 

 

 

 

WP 20161206 17 48 59 ProDi spina in spina, a tutte le manifestazioni che tengono fuori la spina della birra, immancabilmente troviamo il mitico Pana, gomito sinistro appoggiato al banco a sorreggere il bicchiere e mano destra sulla spina, schiuma sempre perfetta, come nei migliori pub irlandesi! Se non è addetto alla distribuzione della birra, lo troviamo in magazzino a distribuire magliette, calsetti, braghette, e tuto queo che ghe serve ai toxati. Sempre disponibile, ma soprattutto sorriso stampato e battuta sempre pronta:
"oh, che fredo che gó sensa giuboto!"
"ma come Pana te o gá indoso el giuboto?!"
"el giuboto de cicia digo, da quando me son meso in dieta gó perso vinti kii, gó sempre fredo!" Mitico!

 

 

 

 

 

wp ss 20161206 0002Senti desso che parfumin che vien da a cuxina, ghe sarà miga Seve? Occhi luminosi e sorriso a 42 denti! Lo trovi dappertutto come il prezzemolo, se no xe de qua xe deá, sempre in viaggio tra Tarvisium e Moian, sempre sportivo con la tuta della Nazionale, e generoso come pochi. Fa sempre regali ai ragazzi, da maglie a sciarpe a palloni, se vi arriva qualcosa e non sapete da dove, di sicuro c'è lo zampino del Seve, se non sapete chi ha cucinato un eccezionale risotto uganega e raício, se sentite profumo di pollo al forno, o del ragù di casa, state tranquilli ai fornelli trovate lui! Eccezionale!

 

 

 

 

 

 

 

WP 20161215 16 53 39 ProEd ora tocca a Franco (Gianfranco) entrato a far parte da poco di quelli della casetta, lo si trova il pomeriggio a dare una mano ai nostri ragazzi a fare i compiti. Dotato di pazienza infinita e di una gran voglia di scherzare, nei suoi occhi si legge la vitalità di un ragazzo e la saggezza di un maestro, è stato un grande acquisto della famiglia Tarvisium nel mercato d'autunno, e che acquisto, con la sua umiltà e con la sua gentilezza è un grande esempio per i nostri ragazzi! Grazie Franco!
Un pilastro tra questi personaggi, lo troviamo nascosto in segreteria, il re dei tesseramenti,

 

 

 

 

 

 

 

WP 20161206 18 16 01 ProIl mitico Dino. Quando si dice casa e chiesa per lui è casa e seconda casa che xe a Tarvisium, quando esce dalla sua postazione è a bordo campo a godersi le partite delle giovanili e della prima squadra.
Preciso, puntuale, sorridente, cordiale, più che un segretario un amico un consigliere, sempre allegro e con la battuta sempre pronta o in trevisano o in napoletano, l'altro giorno arrivo alla toilette trovo chiuso e chiedo:
"occupato?"
E lui in napoletano, sua lingua adottiva, mi risponde tirando l'acqua:
"Mò è disoccupato, bisogna trovargli un lavoro"
Mitico.

 

 

 

 

 

 

Volevo fare un excursus e ringraziare questi individui per la loro disponibilità e per il loro modo di farci ridere con le loro battute, non è facile trovare personaggi del genere che creano un ambiente positivo e che sono dei punti di riferimento, in un modo o nell'altro, per il popolo Tarvisium.

 

Buon Natale a voi e alle vostre famiglie

e auguri a tutti.

Ah, sicuramente questi personaggi li troverete in Tarvisium agli Sprybricks il 24 mattina!

Ci sarebbero tanti altri personaggi da raccontare, ho scelto questi perché in questo momento sono quelli che troviamo fissi in casetta, si dice addirittura che dormano qui

Andrea Vivian

 

presa al volo / n°44

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6 dicembre 2016:
la Club House diventa teatro per una sera!

 

siamo tutti schiappe!!

il bullismo raccontato con il sorriso

 

conferenza/spettacolo liberamente tratta dalla saga

"diario di una schiappa" di Jeff Kinney.

 

Fabrizio Palma, attore e socio del Rugby Monza, è stato invitato dai dirigenti e dagli educatori dell'U12 a proporre il suo spettacolo agli atleti dell'U12 e U14.
Consapevole del ruolo fondamentale e difficile che esso copre nella formazione e nella crescita dei nostri ragazzi e certo dell'importanza dell'aspetto educativo nel lavoro che è chiamato a svolgere, il team educativo ha deciso di proporre agli atleti (fascia di età compresa tra 10 e 13 anni, quindi pre-ed-adolescenti) una attività che potesse integrare il progetto educativo già iniziato a settembre con il Camp a Sella di Borgo val Sugana ed aiutarlo nella gestione delle emozioni dei propri ragazzi.
Durante gli allenamenti e i concentramenti ai nostri atleti viene richiesta la lealtà in campo, il rispetto delle regole e dell'altro (inteso come pari con il quale si deve giocare e condividere un obiettivo); le attività che vengono proposte cercano di far emergere la parte migliore dei ragazzi, insegnando loro a riconoscere i propri limiti e le proprie qualità; lo spettacolo, quindi, è stato pensato come veicolo per portarli ad una riflessione e alla consapevolezza che nessuno deve e può prevaricare sugli altri, ma che il gioco del rugby, e quello della vita, si deve giocare nel rispetto dell'individualità di ciascuno.
Una parte dello spettacolo, molto apprezzata dai giovani rugbisti, è stata quella dedicata al cyberbullismo, cioè gli atteggiamenti degli adolescenti in voga in questi anni attraverso i social network e i nuovi media come WhatsApp, Instagram ect.

Moltissimi i ragazzi che hanno partecipato (una sessantina circa) e molti i genitori presenti, interessati a tematiche oramai diventate cronaca.

Massimo Zanon

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presa al volo / n°43

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quello che ci dice Mike Ford


In questo articolo apparso su Midi Olympique del 31 ottobre, Pierre Villepreux con la consueta efficacia e lucidità prende spunto dalle parole di Mike Ford per ribadire la sua visone del gioco di movimento.
Da non perdere.

Mike Ford, sa poco nominato allenatore capo di Tolone: “Non sono contento di quello che vedo. Se fossi un sostenitore del RCT, non avrei voglia di comprare il biglietto per andare allo stadio. La cosa più difficile nel Rugby è attaccare. I giocatori hanno bisogno di allenarsi al massimo su questo specifico” (www.rugbyrama.fr). Precisa inoltre, in un'intervista a L'Equipe, che “l'eccezionale potenziale di questa squadra non era sfruttato”. Fin qui mi si dirà niente si cosi singolare. Ma centrando l'analisi delle necessità e delle mancane di prestazioni nel gioco collettivo sulle “capacità di adattamento al gioco avversario”, sulla “mancanza di libertà”, sulle carenze nella “lettura del gioco” e quindi “dei processi decisionali” che ne conseguono, siamo ben lontani dalle analisi tradizionali che mettono in luce le sole povertà tecniche e altri schemi di gioco sofisticati, il non rispetto delle strategie tattiche non rispettate e altre insufficienze fisiche.
”Bisogna imparare a giocare nel CAOS del gioco”.
Questo concetto di formazione dal debuttante fino al più alto livello, dove si impara a giocare per prima cosa nel disordine prima di esprimersi nelle fasi qualificate di gioco pianificato ci appartiene da decenni (in Francia ndt). Questo non vuol dire tuttavia che questo processo formativo sia capito e gestito, considerati tutti i formatori, efficacemente da chi è incaricato della sua applicazione.
Ecco che non è banale, un Inglese che, se non convalida, quanto meno aderisce ad una concezione del gioco e della conseguente formazione scegliendola per un collettivo di alto livello, che a rigore di logica dovrebbe essere rotto alle magie del movimento generale. Poiché di questo si tratta. Reinsegnare a dei campioni, o almeno perfezionarli, per giocare nel disordine del gioco, quello che si sviluppa in tutte le fasi del gioco quando il pallone, i compagni e gli avversari sono in movimento (di fatto nel movimento generale). Da notare che in questo collettivo non pochi tra di loro hanno vissuto, nell'emisfero sud, il piacere di questo gioco.
La teoria d'apprendimento in tutte le discipline dell'“ordine attraverso il disordine” non è una novità. Nello sport collettivo, e dunque nel rugby, si tratta di apportare ai giocatori delle “conoscenze tattiche” che permettano di valutare correttamente le situazioni incontrate e, con la rapidità del gioco, prendere le opportune decisioni.
Quest'appropriazione diventa al più alto livello un perfezionamento del “senso tattico” e deve restare un momento irrinunciabile di formazione ad ogni livello.
Ho quindi apprezzato molto questo modo di pensare di Mike Ford. Mi interesserebbe altrettanto approfondirlo con lui. La qualità del gioco che era riuscito a sviluppare con il club di Bath non era casuale.
In effetti in seno ad un collettivo come RC Toulon, tenuto conto del contesto piuttosto confuso del management globale, la messa in opera di un altro modo di lavorare rischia di non essere semplice. Il passaggio da un gioco ad un altro deve essere unificante, il che richiede al collettivo nella sua totalità di saper appropriarsene senza reticenza. Questo richiede un modo comune di concepire il gioco e di assumersene solidariamente le conseguenze in ogni caso, compresa l'urgenza, senza comportamenti di facciata. Più facile a farsi con dei debuttanti che con dei campioni che sono tutti bene o male dei potenziali leader.

traduzione a cura di Sergio Amaglio

presa al volo / n°42

presa achi

 

"...e se no e trovo rosse?"
"tòe rosso vivo!"

 

Caro "Achi",
ben pochi saprebbero ancor oggi spiegare perchè le nostre magliette, il più radicato simbolo della Tarvisium, siano di questo magnifico colore, di questo intenso e vivido punto di rosso. (Episodio raccontato da Natalino Cadamuro, nello spettacolo "Cartacaramella - Non raccontare favole").
Tu, da persona riservata quale sei sempre stato, mai ti sei sognato di rivendicare il merito di quella scelta, che, invece, ha caratterizzato e continua a caratterizzare le nostre squadre e soprattutto il nostro sentirci, in ogni momento della nostra vita e per sempre una "maglietta rossa". Persino il nostro inno, quell' "Avanti Ruggers" che manifesta nel canto la pienezza del nostro senso di appartenenza, ha come suo centro essenziale quella nostra maglia e quel colore; non usa mai la parola noi ma ci identifica in essa, come ci trovassimo tutti insieme infilati stettamente dentro il suo tessuto a comporre un unico rossovestito organismo: «MAGLIETTA ROSSA TRIONFERÀ»; Lei, la maglia, non noi.
So che, intimamente divertito, ma con la solita concretezza e col tuo sorriso beffardo mi manderai, come al solito, "in mona" per queste mie cervellotiche divagazioni, ma, caro mio, te ne sei cuccate parecchie e ti cucchi anche questa!
Cadamuro ti chiese di accompagnarlo, un pomeriggio dell'estate 1970 (o era il 71?) al negozio di articoli sportivi dei fratelli Visentin, che allora forniva l'attrezzatura di gioco alla Metalcrom, la squadra di serie A di Treviso. Aveva appena ottenuto l'autorizzazione di aquistare una "vera" muta di nuove maglie (fino a quel momento avevate giocato con quelle, spesso irrimediabilmente stinte e rabberciate, dismesse da loro).
Ovviamente bisognava ordinarle e quando vi fu chiesto quale dovesse essere il colore fu la tua determinazione a togliere ogni perplessità a Natalino: «Caio, (che oltre ad Achi, il dialettale diminutivo del tuo nome, a seconda del momento, lo alternava) de che color e toémo?» «Rosse» e Visentin: «e se rosse no e trovo?» «Tòe rosso vivo!».
La testarda determinazione che più di ogni altra costituisce la caratteristica del tuo caratterere determinò per sempre il colore della nostra bandiera.
Non erano estranei alla tua scelta, in quei giorni lontani, i riflessi vividi che quel particolare momento storico proiettava sulle nostre giovanissime coscienze, e il desiderio di incidere la nostra traccia, anche attraverso lo sport, sul futuro che si spalancava davanti a noi. Fu una breve stagione quella delle ideologie, capimmo presto che le nostre intelligenze non dovevano farsi ingabbiare né confondersi coi nostri buoni propositi. Nel gioco, dentro i campi di rugby avevamo scoperto l'occasione e il modo di applicarli o, perlomeno, di tentare di farlo, e perdio, ciascuno a modo suo, ma sempre dentro a quella maglia rossa, ci abbiamo provato eccome! (E lasciami dire che, secondo me, in qualcosina, ci siamo pure riusciti).
Ai ragazzini della 12, l'altra sera ho un po' raccontato perchè ero triste, perche eravamo tutti un po' tristi, ho spiegato loro che se sono là, se cantano la nostra canzone, se credono ai valori che rappresenta quella maglia che molto orgogliosamente indossano, lo devono a qualcuno che ora continua a incitarli da un po' più lontano. Hanno fatto un lungo grande applauso. Credo l'avrai sentito e che più di ogni altro che hai ricevuto ti abbia fatto piacere.
Ciao Achi,
non so dirti quando, sai che ho sempre un monte di cose da fare, ma non meravigliarti se ogni tanto, inaspettatamente, il mio pensiero tornerà a trovarti.

Gibe

presa al volo / n°41

motta

 

un rugbista
che non ha mai giocato a rugby

 

Quando la Tarvisium mi ha chiesto di scrivere un breve tributo a Piermario Motta, nostro importante tifoso e sostenitore, la prima idea me che mi è venuta in mente per descrivere il personaggio è quella che ho condensato nel titolo: un rugbista che non hai mai giocato a rugby.

“Peo” Motta era un uomo di “business”, che aveva costruito la sua brillante carriera professionale contando solo sulle proprie forze; un self-made man, lo definirebbero gli americani, capaci come pochi di riassumere in un termine un’intera biografia. Iniziò la sua carriera nel 1977 come bancario presso Banca Popolare di Milano a Monza, per poi intraprendere nel 1984 la professione di consulente finanziario. Peo, consapevole di possedere i talenti del fuoriclasse
e la motivazione per esprimerli al meglio, si rivelò da subito il miglior consulente di Fideuram e iniziò un percorso di management che lo portò nel 2003 a diventare AD di San Paolo Invest (società dello stesso gruppo bancario Intesa).

Nel 2005 fu chiamato dalle Assicurazioni Generali a occuparsi di un nuovo e ambizioso progetto: quello di riprogettare e lanciare Banca Generali. L’anno successivo, portò la Banca a quotarsi alla Borsa di Milano al prezzo di 8 euro per azione con 17 miliardi di masse di gestione (oggi il valore è di oltre 18 euro e le masse superano i 42 miliardi). Nel 2015 Motta fu premiato come miglior manager italiano col premio La Fonte, vedendo così riconosciuto lo straordinario percorso compiuto in azienda.
Ma come può un Uomo riuscire a creare così tanto valore (e non solo finanziario) nel corso della propria vita? Questa è stata la riflessione sulla quale per qualche tempo mi sono soffermato dopo la sua scomparsa, avvenuta nel marzo di quest’anno dopo una lunga battaglia contro una malattia spietata. Sono così tornato indietro con i ricordi al 2005, quando una sera Peo chiese di parlarmi e mi illustrò quella che a suo avviso era la situazione dell’azienda in quel momento: un gruppo di persone provenienti da varie realtà che avevano linguaggi, operatività e focus diversi, tanto da vedere nel collega più una controparte che un compagno.
Conoscendo il mio trascorso di rugbista e la passione per la formazione mi chiese se conoscevo qualcuno in grado di organizzare un corso pratico di rugby improntato sulle regole e sui valori di questo sport che potesse coinvolgere tutti i dirigenti e i manager della banca (oltre 150 persone).
Grazie ad Andrea Di Lenna e John Kirwan organizzammo 2 giorni di rugby che si rivelarono particolarmente coinvolgenti e formativi e che portarono all’introduzione di nuove regole comportamentali e definirono i valori che tutt’oggi ci accompagnano.

Piermario, da grande Uomo qual era, fece tesoro di quella preziosa esperienza e diventò
un appassionato di rugby. Partecipammo assieme agli eventi più importanti, come in occasione della venuta degli All Blacks a Milano e dei mondiali giocati dall’Italia in Francia, e soprattutto sostenne con continuità, anche attraverso il suo personale 5 per mille, i settori giovanili della Tarvisium e il progetto “ragazzi difficili, prospettive vincenti”, fino all’evento del settembre 2015 di Piazza Rinaldi, organizzato dalla Tarvisium e Paolo Marta, dove, oltre a partecipare personalmente (e il suo tempo era particolarmente prezioso), coinvolse per parlare di sport
e valori vari campioni come Juri Chechi, Adriano Panatta, Andrea Lucchetta...
Peo era convinto che, insegnando a far giocare a rugby i bambini, si potessero formare degli uomini con valori solidi, uomini veri, di cui riteneva avessimo tutti tanto bisogno.
Da Persona profonda quale era, non riusciva a comprendere come in Italia non si investisse
e si puntasse sul nostro meraviglioso gioco, in tutte le sue forme: da quello a 15, a quello a 7 – per sfruttare la ribalta delle Olimpiadi –, fino al rugby educativo, che lo divertiva particolarmente.

Peo, a eccezione dei 2 giorni di corso di formazione, non giocò mai a rugby (pur essendo comunque uno sportivo, tra l’altro giocatore di calcio delle giovanili del Milan), ma, per i motivi che ho esposto prima, ritengo sia stato uno rugbista a pieno titolo ed è per questo che a lui
ho dedicato il mio ultimo libro: “Vince chi si alza prima!”.

Massimiliano Ruggiero

 

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