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presa al volo / n°36

ho fatto un sogno

 

Abbiamo il piacere di ricevere e di proporre un articolo del nostro grande amico Paolo Marta che ci parla di un sogno … veramente bello!

Volendolo, questo sogno lo si potrebbe anche realizzare, gli spazi possono esserci, le intenzioni anche… è però necessario “fare … il buon fare… lo ricordiamo?
In questo caso però il “buon fare” non può essere espressione solo di una singola persona, vanno uniti tra molti e diversi “attori” con la voglia di fare, la volontà di fare, le forze per fare e la disponibilità delle risorse per poter fare.
Dire ciò è sin troppo facile, ma per farlo, per tentare, è necessaria una grande volontà, una forte determinazione ed un grande legame tra tutti coloro che potrebbero realizzare questo sogno… quindi, per fare, è necessario essere SQUADRA!!!
Lo siamo?
Sarebbe veramente bello provarci!!!
Buona lettura…
GF
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Ho fatto un sogno

 
Abitavo in un paese in cui i giardini pubblici esistevano ed erano stati disegnati da mani attente, capaci di trasformare delle semplici linee in forme piacevoli che ti ammaliavano. Ma se in quei giardini ci entravi ti accorgevi che la realtà aveva travolto le idee degli artisti: l'erba era inospitale, i rifiuti sparsi ovunque, le panchine imbrattate e inutilizzabili, i giochi rotti. Ed erano quasi deserti. Luoghi “per la gente” dove la gente non ci andava. Nemmeno quando il sole era alto ed il cielo terso. I pochi bambini che in quel paese ancora preferivano ai computer i giochi veri, calciavano il pallone nelle strade meno frequentate sfidando le automobili ed i vigili. D'altro canto nell'erba alta il pallone non voleva proprio rotolare. E poi era vietato. Troppo pericoloso.
Le poche persone che stazionavano nei giardini non erano cordiali. Sembravano rivendicarne la proprietà come si fa quando si trova una cosa abbandonata. E ci stavano bene. E non volevano scocciatori tra i piedi. Soprattutto quelli che potevano ricordargli le regole che avrebbero dovuto rispettare.
Un giorno il capo della città pensò che, per poter rinascere, i giardini pubblici avrebbero avuto bisogno di una nuova anima. Decise innanzitutto che sarebbe stato possibile giocarci con la palla e che per evitare che prendesse in testa qualcuno sarebbe stato sufficiente creare delle collinette o piantare delle piante e delle siepi. Non solo. Installò anche delle reti per giocare a pallavolo e realizzò dei percorsi per chi aveva voglia di passeggiare. Rubò al verde un fazzoletto di superficie per creare un piccolo campo in cemento dove poter giocare a pallacanestro e non solo. Anche dopo la pioggia. Anche quando il fango poteva diventare una buona scusa per preferire la tv o il computer. E mise al lavoro la creatività dei propri collaboratori che inventarono nuovi giochi da usare sia per divertirsi che per fare attività fisica. Anche contemporaneamente.
Infine diede a quei luoghi un nome che rappresentasse l'inizio del nuovo corso.
In quel paese, i giardini pubblici si sarebbero chiamati: parchi sportivi.
Ma il capo della città, che già aveva fatto un grande sforzo, sapeva che nelle casse non c'erano soldi a sufficienza per poter mantenere efficienti i nuovi parchi e soprattutto che, per renderli e mantenerli vivi, serviva qualcosa di più.
Chiamò allora tutte le società sportive del paese e chiese loro chi avesse intenzione di gestire i giardini che aveva trasformato. Anche insieme. Mettendosi d'accordo tra loro. Creando delle nuove forme di collaborazione. La proposta era questa: le società, sempre alla ricerca di nuovi spazi dove praticare sport, avrebbero potuto utilizzarli per allenarsi, per organizzare manifestazioni (non solo sportive e, all'occorrenza, finalizzate al loro sostentamento), per promuovere la loro attività. In cambio avrebbero dovuto tagliare l'erba, mantenere efficienti le strutture, presidiare il giardino affinché nessuno lo danneggiasse e tenerlo sempre aperto, anche alle persone comuni, alle scuole, alle associazioni. Sempre. Anche quando gli atleti si sarebbero allenati. E così, chiunque, adulto o bambino, gli atleti li avrebbe potuti osservare da vicino. Accorciando le distanze. E magari conoscerli e respirare il profumo del sano movimento. E negli altri orari avrebbero potuto utilizzare tutte le attrezzature e gli spazi per giocare liberamente, con o senza la palla, per svolgere le loro attività amatoriale o per imparare a praticare qualche nuovo sport magari sotto la guida dei nuovi gestori.
Non tutte le società aderirono a questa proposta, ma quelle che lo fecero si misero subito al lavoro.
In poco tempo i giardini divennero parchi sportivi per davvero e ripresero a vivere. Quelli che erano diventati luoghi da evitare si trasformarono in isole sicure. Luci sempre accese nella città. Punti di riferimento per chiunque la “passeggiasse”.
Ebbi l'impressione di vedere, nel campetto di volley ricavato in mezzo ad un prato verde, mia figlia allenarsi assieme alle sue compagne in un tardo e profumato pomeriggio di primavera mentre le mamme, sedute sulle panchine, le osservavano e parlavano tra loro; nel prato affianco c'erano dei ragazzini che giocavano a pallone e sulle collinette dei bambini più piccoli che rotolavano, si inseguivano e ridevano accompagnati dai genitori. E lungo il percorso in terra battuta persone che correvano, altre che passeggiavano, altre che parlavano e sorridevano e, in fondo, un gruppo di giovani atleti con la maglietta dello stesso colore che si scaldavano insieme agli istruttori prima dell'allenamento previsto nel campo da basket dove stava finendo una sfida tra vecchi amici.
Sono certo che tutti gli sport facciano rima con cultura. Ma io sono cresciuto nel rugby e posso parlare solo di ciò che conosco. L'ho sempre ritenuto una religione laica con regole che ti impregnano la pelle e ti entrano nel cuore. Le porti con te anche fuori dal campo. Anche dopo che hai smesso di giocare. Perché si è rugbisti sempre. E non solo per la nostra formidabile capacità di ingurgitare birra. Una delle lezioni più importanti che abbiamo imparato è che noi siamo quello che facciamo non quello che diciamo di essere. E mi sono convinto che il buon fare sia la ricetta più efficace per rendere il mondo migliore.
Il movimento, il sano movimento, porta con sé questo valore. Dove le persone si muovono, soprattutto in modo spontaneo, si respira positività. Pulsa un cuore, si percepisce un'anima. Le società sportive in questo senso svolgono un'azione formidabile. Ma soprattutto oggi, in cui la virtualità sembra avere la meglio sulla realtà e gli spazi rimasti vuoti si sono via via riempiti di spine, sarebbe importante che uscissero dal recinto degli impianti e portassero alla gente il loro messaggio.
Lo so. Non è facile. C'è bisogno di aiuto e di sostegno.
Ecco: un inizio potrebbe essere trasformare qualche giardino pubblico in parco sportivo.
Non solo con l'aiuto del capo del paese e/o di qualche imprenditore illuminato, ma con l'aiuto di tutti: il modo migliore per realizzare un sogno.

Paolo Marta

 

presa al volo / n°35

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Che bello!

Domenica fredda e piovosa in Ghirada, si gioca una classica stracittadina:
Benetton - Tarvisium U18.
Bello tornare qui e pensare alle volte che abbiamo vinto, ricordo l'anno in cui ero in panchina da allenatore con Ino e vincemmo con l'under 20 in una stagione straordinaria e piena di soddisfazioni, ricordo la splendida vittoria della squadra di capitan Pizzinato che qualche mese dopo andò ad aggiudicarsi il titolo italiano under 18 in finale a Firenze con il Noceto.
Perché ricordare i giorni felici è una figata!
Il campionato juniores corona il percorso di crescita sportiva e personale dei nostri ragazzi, qui si misura il lavoro fatto ed è qui che vengono verificati i risultati raggiunti.
Oggi i nostri dovevano confrontarsi con il lavoro degli ultimi mesi e confermare la bellissima prova, ottenuta con una vittoria rotonda nel ritorno in casa contro il Villorba dopo la sconfitta di misura dell'andata.
Si parte, per buoni 20 minuti sembra che la partita si incanali in un risultato favorevole alla Benetton che infila tre mete una dietro l'altra con i ragazzi in maglia rossa che si limitano a placcare e riescono a rispondere solo con un calcio. Poi qualcosa scatta e una volta arrivati nella loro metà campo, orgoglio e determinazione producono lo sforzo che porta alla prima meta. 17 a 8 e' il finale del primo tempo, ce la giochiamo.
Il secondo tempo e' un monologo Tarvisium, il freddo e le mani ghiacciate non fermano la determinazione dei Ruggers: 17 a 11, 17 a 14. La Benetton prova a reagire e per la prima volta nel secondo tempo supera la metà campo, ma si capisce che oggi per loro non ce ne, la grande pressione produce l'intercetto che ci porta 19 a 17!
Continuiamo ad attaccare, siamo padroni del campo fino al fischio finale dell'arbitro. Inutile che vi racconti l'esultanza e di tutti noi e l'orgoglio nel vedere i nostri cantare maglietta rossa.
E già, la maglia rossa.... Da bambino mi hanno insegnato che la maglia rossa è un dono. Sono cresciuto fin dai tempi del minirugby pensando che questa maglia avesse qualcosa che le altre maglie non hanno, questa maglia ti fa tirar fuori tutto ciò che hai dentro, ti fa diventare la persona più coraggiosa del mondo, solo chi la indossa lo può sapere, perché solo lui lo può provare è solo lui può raccontarlo. Alla Tarvisium, tutte le persone che mi hanno accompagnato mi hanno insegnato a onorarla e soprattutto a rispettarla, solo più tardi ho capito che rispettando la maglia rossa avrei rispettato me stesso e sarei diventato un uomo e una persona migliore. Oggi questi ragazzi l'hanno fatto, hanno onorato la maglia, si sono guadagnati il rispetto degli altri e soprattutto di se stessi.

Che bello....

Bravi ragazzi e ....Grazie. Di cuore.

 

Valentino Colantuono

 

presa al volo / n°34

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cera una volta ....IL GIGANTE

 

Questa storia ha inizio negli anni ottanta, la Tarvisium sulla spinta degli ultimi scudetti giovanili decide di intraprendere una nuova sfida, quella di darsi un'organizzazione societaria adeguata ai tempi ma soprattuto decide di scegliere di andare per la propria strada, avviando l'attività seniores costruendo la propria prima squadra e iscrivendosi al campionato di C2, sotto la guida di Natalino Cadamuro e con il rientro di molti SPRYBRYCKS (i “compagni di cui siamo privati perché con altre squadre ora son tesserati” della canzone…). La storia sportiva sappiamo poi come è andata, una galoppata di poche stagioni, con il passaggio di testimone tra Cadamuro e Pizzolato, culminata con la promozione in seria A1. L'abbiamo raccontata meno di un anno fa all' audutorium Appiani nel giorno dei 600. Ma questa storia non si sarebbe potuta raccontare se un gruppo di persone, non solo allenatori, giocatori o dirigenti, ma semplicemente persone innamorate, oltre che dei propri figli o compagni, della Tarvisum, non avesse deciso di provare a dare un sostegno economico a questi folli visionari che avevano deciso di voler arrivare a giocare in serie A. Inizia così l'esperienza delle fiere di San Luca, molte stagioni dove lo stand della Tarvisium diventava per quel periodo il punto di ritrovo di tutti, giocatori, tifosi, appassionati, ma soprattutto in quei giorni di ottobre si mettevano da parte una gran parte delle risorse economiche necessarie ad affrontare tutta la stagione. Poi arrivano gli anni '90, in quel periodo viene affidata alla Tarvisium la gestione dell'impianto Stiore, la nuova occasione è il trofeo Topolino U8, quel gruppo di persone raccoglie la nuova sfida e diventa una struttura integrata in tutto e per tutto con la società. Paolo Marta nel suo libro Ruggers decide di fare un pezzo e parlarne, soprattutto dandogli un nome, quel gruppo di persone da allora si chiamerà GIGANTE. Arrivano poi le 9 serate e successivamente anche la creazione della Club House della Tarvisium sotto la sapiente regia di Claudio Scotto. Il gigante da allora è lo sponsor più importante delle società, ma è anche miglior amico, quello che non ti abbandona mai, è sempre lì pronto festeggiare le vittorie più belle o a consolarti dalle sconfitte più dolorose, il gigante c'è sempre.

Mi sono arrivate tra le mani alcune foto di allora, le guardo, sorrido, quanta strada abbiamo fatto assieme, quanto è stato bello assaporare il tuo abbraccio, GIGANTE.

Valentino Colantuono

 

clicca sulle immagini per ingrandire

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pannello gigante 

 

presa al volo / n°33

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SPRYBRYCKX

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

una storia... la più bella!

 

19 dicembre 2015, Corrado manda una foto, il Cin con suo figlio Ettore e suo nipote Lorenzo, sullo sfondo il Milani e personaggi leggendari per me che da ragazzo studiavo da rugbista e soprattutto da uomo: Gianni Zanon, Claudio Colusso, Rino Francescato, ma soprattutto Gibe, il mio primo allenatore. Lo chiamino "imprinting", è ciò che ti arriva addosso al primo istante di qualsiasi esperienza, ma è ciò che ti rimarrà impresso per tutta la vita. Chissà se questi ragazzi si siano resi mai conto di essere stati così importanti per un'intera generazione di ragazzini, oggi uomini. Per noi allora, non c'erano Carter, Ma'a nonu, Ritchie McCaw, c'erano loro e molti altri, che avevano vestito la maglia rossa e che erano arrivati a rappresentare la Tarvisium nel mondo. Che orgoglio! Noi cercavamo di vincere i campionati giovanili per essere alla loro altezza e quando avevamo occasione di incontrarli in campo, il 24 dicembre di ogni anno, ci sentivamo parte di una famiglia speciale, originale, unica.
Il 24 dicembre 2015 saremo lì, tutti assieme, al campo San Paolo, a continuare a raccontare una storia, la più bella, la mia preferita.

Valentino Colantuono

ndr: per chi volesse saperne di più:

vai a storia 4 . i sprybryckx (menù club, storia) 

 

presa al volo / n°32

rugby la plata completaok

 

Mar del Plata

qualcosa da ricordare

 

Il 15 gennaio scorso Franco Luciani, in una delle sue più avvincenti proposte nella rubrica rugby.cult (la numero 8) ha pubblicato un toccante commento sulla tristissima storia di una squadra di rugby, dopo aver letto "Mar del Plata", il libro che la racconta (scritto dal giornalista, deputato della camera e figlio di Giuseppe - ammazzato dalla mafia - Claudio Fava).

Giovedì 26 novembre, introdotto da Andrea Passerini (che con la consueta sensibilità ci fa ancora una volta pensare che è uno dei pochi che, senza averlo giocato, sa davvero parlare di rugby) Claudio Fava, nel piccolo accogliente auditorium Palazzo Bomben, sede della Fondazione Benetton, ha parlato dell'abominevole vicenda, della quale tratta il suo racconto, successa alla fine degli anni 70 nell'Argentina della sordida dittatura militare di Jorge Videla e dei suoi nefandi macellai.

Dall'odioso fango di un passato recente – che una inammissibile ragione di Stato vorrebbe cancellare dalla storia e dalla memoria collettiva – le parole di Fava hanno invece fatto emergere in modo rigoroso, asciutto e non  retorico la luce cristallina che emana dal ricordo dei 17 ragazzi della Plata Rugby Club che gli sgherri di uno stupido e sanguinario regime assassinarono – uno alla volta – sopprimendoli insieme agli altri quasi quarantamila "desaparecidos", nei voli della morte o in altri modi altrettanto atroci. Nella sua ignorante furia devastatrice quel governo illeggittimo privò il mondo dell'energia, dell'intelligenza, del dinamismo e dell'allegria di quel manipolo di impavidi "chicos" e di una intera generazione di giovani argentini.

È una piccola terribile storia ma, anche, estremamente edificante e mi permetto di riparlarne ancora una volta, con la speranza che tutti i ragazzi che giocano a rugby leggano prima o poi questo libro, perché nelle figure di quei ragazzi nel loro pensiero, nell'immaginare i loro volti possano riconoscere anche il senso più alto dell'essere "umanamente rugbysti".

Avrebbero potuto salvarsi quasi tutti, quei giovani giocatori, evitare lo spavento e la paura, le torture fisiche e le mutilazioni, sfuggire la morte. Sarebbe loro bastato abbandonare la squadra o il Paese, smettere di giocare, piegare la schiena e la coscienza, rinunciare allo status di uomini liberi che rivendicano il loro sacrosanto diritto di scegliere.

NON LO FECERO!

Scelsero invece la squadra, il rugby e quello che questo rappresentava per loro. Entrarono in campo ogni domenica consapevoli che durante i giorni successivi qualcuno tra loro avrebbe pagato col martirio e con la vita tanta sfrontatezza. E lo fecero senza la pretesa di essere eroi, accettando la più crudele delle conseguenze per amore verso i propri compagni per tenere ben dritta la propria schiena e per non dover mai abbassare lo sguardo: portarono  l'estremo definitivo placcaggio, senza indietreggiare di un millimetro, al più vigliacco e abominevole degli avversari.

Vorrei, come sono certo vorrebbero il nostro Presidente, Franco, i due Marco, Titta e Mariano, che l'altra sera, con me e Lisa, hanno assistito all'incontro, che la lezione di quei giovani coraggiosi non fosse ignorata, che l'esempio che ci hanno lasciato in quei giorni terribili fecondasse il cuore e le menti dei nostri ragazzi perché possano crescere più solidi nei VERI VALORI, capaci di affrontare nel campo e fuori dal campo le vicende della vita e i manrovesci del destino, di difendere con orgoglio l'autonomia del proprio pensiero, la nobiltà delle  idee e il diritto di esprimerle, il valore assoluto del rispetto, della lealtà e dell'amicizia, incondizionata e autenticamente condivisa

ruggers, leggete questo libro!

 

Gibe

presa al volo / n°31

papa lasciami giocare

tratto da "la Provincia di Cremona"
vai all'articolo on line

 

ombre cinesi

Prendo spunto dalla “lettera” che viene pubblicata per fare alcune considerazioni, molte delle quali nate da situazioni vissute in prima persona, dopo 3 anni come accompagnatore del minirugby in Tarvisium e quasi 8 come padre.
I nostri figli hanno un diritto inviolabile, hanno il diritto al gioco.

Purtroppo per questioni di tempo, di impegni scolastici, di impegni della famiglia, di condizioni “urbanistiche” (in città con sempre meno spazi sicuri), le condizioni della vita contemporanea sono di grande ostacolo alla possibilità per i nostri figli di giocare liberamente tra compagni di scuola o vicini di casa.
Il gioco libero, quello inventato sul momento e giocato in assoluta spontaneità, è troppo spesso costretto nelle sole ricreazioni scolastiche o all'interno delle case con i pochi amici che sono liberi dagli altri numerosi impegni, o che possono essere accompagnati dai nonni (per chi ha la benedizione di averli...).
Fortunatamente molte associazioni sportive in parte sopperiscono, con le loro attività, a queste mancanze, creando momenti aggregativi in spazi sicuri e possibilità di gioco attraverso la pratica sportiva.
Ancora più fortunatamente molte famiglie hanno colto queste opportunità per i propri figli e li avviano a quello sport e a quel gioco che, scuola e società, dovrebbero garantire, ma che stentatamente riescono a dare.
Sarà perchè vestono una divisa con i colori di una società.
Sarà perchè ogni pratica sportiva implica una qualche forma di competizione.
Sarà perchè ogni incontro o gara o prova inevitabilmente lascia come segno più visibile (ma non il più significativo) un risultato numerico a tabellone.
Sarà perchè la domenica li guardiamo giocare senza esserci ancora e davvero scrollati di dosso la competizione, la pressione, le aspettative dei nostri lavori e delle nostre giornate.
Sarà perchè forse da troppo tempo non giochiamo più e da troppo tempo siamo imbrigliati nella “vita vera”.
Sarà perchè li amiamo tantissimo.
Per tutti questi motivi, e per tanti altri (ciascuno di noi per i propri), capita che, senza volerlo e senza capirlo, finiamo per essere l'ennesimo ostacolo al libero esercizio di quel diritto al gioco dei nostri figli.
Accade ovunque (anche nel rugby di base), capita (in mille subdole e impercettibili forme) sempre più spesso.
Confesso, anche in maniera un po' ingenua, quello che ho vissuto io in prima persona o attraverso le esperienze dirette dei bambini e degli adulti che ho conosciuto in questi anni.
Non credo che siano errori da condannare e basta, ma debbano essere spunti per riflessioni personali e impegni a migliorarsi.
L'obbligo all'impegno e alla costanza, vissuto come un dovere quasi assoluto. “Devi andare agli allenamenti e impegnarti perchè ti ho iscritto, ho pagato la quota e quindi adesso lo devi fare...”. Beh, è vero: l'ho iscritto io genitore, ma mio figlio mi ha SOLO detto che (tra le proposte che aveva a disposizione) a lui piaceva quella... non ha firmato un contratto, e magari avrebbe (se avesse potuto) scelto semplicemente di giocare tutto il giorno in giardino od in strada; solo che quest'opzione non ce l'aveva. Un bambino, a 6 o 10 anni, può tranquillamente cambiare idea, anzi proprio questa discontinuità gli serve per valutare (come se andasse per tentativi empirici) quello che gli piace o meno.
Un bambino scopre ogni giorno cose nuove (non ha già visto tutto come gli adulti) e si appassiona e interessa a cose diverse. Quindi quello che ieri gli piaceva, magari oggi è passato in secondo piano e domani magari tornerà a piacergli.
Certo, praticare uno sport prevede e insegna la dedizione e l'impegno, ma tutto deve crescere e svilupparsi in maniera naturale.
Spesso noi adulti sentiamo il bisogno di intervenire negli screzi tra bambini o nelle decisioni prese dagli aduli durante il gioco (quasi a voler proteggere dai pericoli o dalle ingiustizie). Troppo amore? Ci aspettiamo che il gioco e lo sport, in quanto attività regolamentata, sia imbrigliato nelle regole e negli schemi che noi percepiamo in qualità di adulti?
In realtà nel gioco libero i bambini, come tutti i cuccioli di animale, stabiliscono e poi cambiano e poi migliorano le regole in piena autonomia.
Trovano i loro leader (i capi gioco), fanno le squadre con i propri imperscrutabili criteri (e non necessariamente scegliendo i più forti), litigano, si azzuffano (determinando quindi delle gerarchie) e sanciscono la pace. Tutto da soli.
Ecco, nelle attività sportive dell'infanzia, questi aspetti di ricerca e costruzione dell'autonomia del bambino devono essere rispettati. Sebbene lo sport sia giustamente regolamentato, in quello dell'infanzia è presente anche l'aspetto ludico e tale aspetto ha un valore fondamentale per il bambino che lo pratica (anzi che lo gioca). Gli educatori “semplicemente” indirizzano e finalizzano le energie e le azioni dei bambini verso lo scopo del gioco e la conseguente comprensione delle regole. Ma senza il divertimento e l'interpretazione data dai bambini, non può nascere la successiva passione per lo sport che praticano. Lo sport dell'infanzia deve essere divertente ed anche interpretato a misura di bambino.
Le questioni dei bambini dovrebbero essere risolte tra i bambini.
E quando mi capita di parlare loro, mi è stato insegnato di piegarmi sulle ginocchia per essere alla loro altezza e creare un contatto più diretto ed equo. Ho scoperto che questo gesto, questo piegamento, mi serve a ricordare di abbandonare in parte il punto di vista dell'adulto e di assumerne anche la visione del bambino.
La libertà nel gioco, anche nell'attività sportiva dell'infanzia, passa anche attraverso la crescita dell'autostima, la graduale confidenza nelle proprie capacità e quindi nel miglioramento graduale.

In conclusione capita che le aspettative, le frustrazioni, i sogni degli adulti vengano proiettati sul bambino.
Come ombre cinesi su di uno schermo bianco.
Ma quello schermo appartiene al bambino, e solo lui ha il diritto di riempirlo di disegni, di sogni, di giochi.
Il rugby è uno sport di situazione (e di combattimento regolamentato).
I nostri figli devono poter sperimentare le mille soluzioni possibili ed ogni volta diverse che le situazioni gli pongono. Lo devono poter fare in libertà, in serenità, senza costrizioni esterne se non il graduale processo di apprendimento delle regole del gioco/attività sportiva.
Solo garantendogli il diritto al gioco, facendoli divertire e appassionare saranno capaci di trovare gli stimoli per l'impegno, la costanza, la dedizione e il sacrificio.

E chi viene a giocare a minirugby in Tarvisium, lo schermo su cui disegnare il proprio divertimento, il proprio gioco, la propria crescita, lo trova colorato del verde dei nostri campi.

 

Alberto Scotto