CIVFIRCIV  Facebbok-tarvisium   YouTube-Tarvisium      

presa al volo / n°30

presa al volo 30

 

giornate mondiali

 

Lo so, non ho titolo per dirlo, ma sono convinto che questi siano stati i più bei mondiali dall'inizio della loro storia ad oggi.
Non abbiamo mai visto tante partite così belle in così poco tempo, soprattutto non abbiamo mai provato cosi tante emozioni concentrate assieme e così tanto significato trasmesso dal nostro sport.

Pronti via e subito una sorpresa, la partita che non ti aspetti, la vittoria che non ti aspetti, la sconfitta che non ti aspetti, il Giappone batte il Sudafrica e come lo batte, scegliendo di non pareggiare, ma capendo che quella può essere la sola e unica occasione per cambiare la storia sportiva di una nazione. Vince e cambia la sua storia.
Poi arriva Inghilterra Galles, una partita attesa da quattro anni, decine di migliaia di richieste di biglietti andate inevase, l'Inghilterra che arriva al punto di demolire anche fisicamente il Galles, che vuole umiliare con l'ultima meta, il Galles che reagisce, ancora ci chiediamo come, e vince. Ma le sorprese non sono finite, l'Australia umilia l'Inghilterra in un'altra partita fantastica e la elimina dal Suo mondiale.
E che dire poi di Sudafrica Galles e Australia Scozia, che dire di Argentina Irlanda e soprattutto di Argentina Australia. Credo che il viso tumefatto di Poccok alla fine della partita unita all'immagine del pianto inconsolabile di Daniel Hourcade allenatore argentino rimarrà un ricordo stampato nella memoria di questo mondiale.

È stata una domenica particolare quella di Australia Argentina, avevamo appena visto la nostra prima squadra vincere nel suo esordio casalingo e i ragazzi in maglia rossa tornare a cantare a Monigo, ma in quella stessa mattina avevo assistito a qualcosa che mi aveva disturbato molto, la gara di moto GP nella quale Valentino Rossi aveva deciso di farsi giustizia da solo, continuando poi a fare la vittima, come già altre volte gli avevo visto fare nella sua carriera. Mi ha disturbato soprattutto la solidarietà ricevuta prima e soprattutto dopo la gara. Lo sport ha le sue regole non scritte che vanno tenute nascoste tra gli uomini di sport, se tali sono e non messe in piazza, ma soprattutto vanno rispettate le regole scritte, scritte per tutelare il rispetto, l'etica, i principi. Ciò che è accaduto prima, durante e dopo quella gara non ha nulla a che fare con lo sport e non ha nulla di educativo per chi dallo sport deve imparare.

Ma ancora una volta in soccorso dello sport e' arrivato il rugby che si è dimostrato per quello che è. Ho avuto la fortuna, sabato 31 ottobre, di essere uno degli 80125 di Twikenam e di assistere alla finale dei mondiali e di imparare ancora una volta dal rugby. Bello, emozionante, esaltante. L'attesa, gli inni, la haka, si comincia. I neri sono chiamati a mantenere le attese, gli aussie vogliono provarci, ma sono messi a dura prova dal possesso e dal predominio territoriale all black per tutto il primo tempo. All'inizio del secondo tempo con la meta di Ma'a Nonu sembrano al punto di capitolare, ma riescono a tirare fuori le ultime energie che rimangono e segnano due mete per provare a risalire la china. Twikenam finalmente si smaschera, gli australiani timorosi fino ad allora, compreso durante gli inni, sono più numerosi dei neozelandesi e il pubblico neutrale si schiera apertamente con loro, vuole la rimonta. Ma arriva il colpo del campione, quello che segna il mondiale, quel frammento video che rimane nella storia, dopo il drop di Stranski del '95 che abbiamo visto trasposto nel film Invictus e quello di Wilkinson del 2003 proprio contro l'Australia, arriva Dan Carter che da 40 metri taglia le gambe definitivamente ai Wallabies. Da lì in poi, c'è ancora un'altra meta dei kiwi, si aspetta solo di tributare loro il merito di essere campioni del mondo.

Potrebbe bastare così, sarebbe già tutto perfetto, ma non basta, dal rugby arriva un gesto che non si era ancora mai visto. Durante il giro di campo dei campioni per salutare i tifosi un bambino entra nel terreno di gioco per correre ad abbracciare Sonny Bill Williams, tornato a giocare in Nuova Zelanda a 15 con un unico obiettivo, rivincere la coppa del mondo. Uno steward lo insegue e lo placca a terra, SBW si avvicina al bambino facendolo rialzare e coccolandoselo, ciò che succede dopo è qualcosa di impensabile, ma avviene, non può essere raccontato, ho rivisto le immagini diverse volte e ogni volta l'emozione mi chiude lo stomaco.

Quel gesto cambierà la storia di questo fantastico atleta, contribuirà a rendere ancor più leggendaria questa squadra, renderà ancora più orgogliosa una nazione è ancora più grande questo sport.

Mi verrebbe da fare un paragone con quanto ho scritto prima, ma voglio evitarlo, scrivo solo GRAZIE RUGBY, grazie per avermi scelto.

 

Valentino Colantuono

vai al video su youtube

https://www.youtube.com/watch?v=o1efwKglwZU&feature=youtu.be

 

presa al volo / n°29

i briganti del rugby

 

i briganti del rugby

Nel corso dei giorni scorsi alcuni di noi si sono imbattuti in un pezzo pubblicato nel sito sportallarovescia.it, nel quale si parla dei briganti del rugby di Librino, un club nato in un quartiere difficile di Catania. Nello statuto di questa società si legge che la missione è quella di "promuovere lo sport come strumento di maturazione personale e di impegno sociale basato sul ripudio di ogni forma di razzismo, violenza, intolleranza; l’associazione ha per oggetto la formazione e la preparazione di squadre giovanili e senior, l’esercizio e l’organizzazione di attività sportive dilettantistiche, compresa l’attività didattica, nonché la promozione e l’organizzazione di gare, tornei ed ogni altra attività sportiva. In particolare si prevede lo sviluppo e la diffusione di attività sportive connesse alla disciplina del rugby, intese come mezzo di formazione psico-fisica e morale dei soci e degli atleti, mediante la gestione di ogni forma di attività agonistica, ricreativa o di ogni altro tipo di attività motoria e non, idonea a promuovere la conoscenza e la pratica della citata disciplina. (estratto Statuto Art. 2, let. 1, 2)”.
Una presa al volo senza nessun giudizio od opinione, ma semplicemente per dare voce ad un bellissimo racconto di riscatto sociale.
Buona lettura

Valentino Colantuono

vai all'articolo

http://www.sportallarovescia.it/sar5/storie/838-i-briganti-del-rugby

presa al volo / n°28

pierre villepreux

 

il punto di vista di Pierre Villepreux

Quando mi sono incontrato con Pierre Villepreux, in occasione di “Sport che effetto che fa!”, sapendo che sarebbe andato a seguire la Coppa del Mondo in Inghilterra gli chiesi di passarmi qualche articoli fra quelli che avrebbe scritto degli articoli per la stampa Francese.
Conoscendo la sua concezione di gioco e di squadra, non poteva mancare di commentare l'impresa del Giappone con il Sudafrica. Di questa partita si è detto e scritto molto, e sono passati già alcuni giorni, il Giappone ha poi perso con la Scozia, ma le sue riflessione restano attuali e sono una lezione indipendentemente dell'attualità.
Sergio Amaglio

 

l'exploit del Giappone

In questa cronaca avrei potuto esprimermi sulla Francia che inanella le vittorie senza però aver risolto i ricorrenti problemi del suo gioco, sull'Irlanda che rinverdisce, sull'Inghilterra che ha crudelmente mancato di serenità nella partita di apertura. Ma, come non scegliere di mettere in evidenza, in questa seconda giornata della Coppa del Mondo, la clamorosa vittoria del Giappone sui Sudafricani, tra i favoriti alla vittoria finale.
Clamoroso, non è un aggettivo troppo forte, poiché l'impresa non è stata da poco. A Priori questa doveva essere per gli Springboks una formalità. Non è stato altro che la trasformazione della qualificazione degli Springboks in un incubo.
Ho potuto vivere questo exploit in un pub vicino a Twickenham, prima di andare ad assistere a Francia - Italia. La prestazione Giapponese ha ricevuto la dovuta ovazione da tutte le nazionalità che vi erano mescolate. Che un piccolo riesca a far capitombolare uno grande e grosso coinvolge sempre, ma quando per di più ci mette della classe, allora, al fascino si aggiunge il rispetto.
Per realizzare qualcosa di impossibile bisogna soprattutto non sapere che è impossibile. Evidentemente il dubbio che avrebbe potuto creare una tale affermazione non si è mai insinuato, per tutta la durata della partita, nello spirito che albergava nel collettivo giapponese. Effettivamente ci volevano convinzione e audacia per osare lanciarsi in un gioco così ambizioso di fronte a una squadra riconosciuta superiore, rugbisticamente parlando.
Generalmente quando il rapporto di forza è obiettivamente sfavorevole ad una squadra, si rivela destabilizzante e troppo spesso induce ad accettare un gioco riduttivo e prudenziale. Senza invece essere dei Kamikaze, il collettivo nipponico ha deciso di accettare la sfida di impegnarsi nella messa in scena di un gioco totale. Un'opzione che richiede che ciascun giocatore in seno alla squadra accetti di sviluppare una rivoluzione mentale positiva per tutti gli 80 minuti. Ciò potrà per essere radicalmente operativo e trasformatore solo se ognuno è capace di resistere, senza ambiguità, al pessimismo che potrebbe generarsi dal dubbio di non esser all'altezza del gioco desiderato. Per uno staff la creazione di un simile stato d'animo non è affatto semplice, dato che si tratta allo stesso tempo di aderire alla fiducia in se stessi, nei compagni e nel gioco che si vuole realizzare. Questo era indispensabile per esser capaci di andare a sfidare i Boks e di “malmenarli” in domini come la mischia e i palloni portati, ed in partenza era tutt'altro che evidente.
Competere con i Sudafricani sarebbe già stato un successo. Bisognava effettivamente, contro un simile avversario, dare una bella prova di fede nella vittoria per scegliere di abbandonare proprio prima del fischio finale la possibilità di un pareggio offerta da due punizioni consecutive.
A proprio agio nella fase di conquista del pallone i giapponesi hanno dato una lezione di gioco ai propri avversari nelle situazioni di gioco, tanto nella correttezza delle decisioni che nella velocità di esecuzione richieste. La loro intraprendenza offensiva e la velocità di esecuzione hanno messo in crisi le certezze difensive degli avversari. Due mete al largo, un gioco che contrastava con quello dei sudafricani che si limitava nella maggior parte dei casi in sfide individuali, troppo spesso sterili, che sicuramente mostravano la loro potenza ma che mai hanno creato le necessarie incertezze nella difesa coraggiosa e solidale dei giapponesi.
Questa produzione entusiasta ed entusiasmante così ricca di freschezza dei giapponesi, la sua forma, ha mostrato al contempo i limiti di un gioco che tende, per dimostrassi performanti nel rugby attuale, a confidare alla potenza fisica delle virtù ineludibili. Al contrario, il dinamismo collettivo giapponese ha raggiunto a volte l'eccellenza in termini di varietà tattica e di esecuzione, quella di un gioco maturo che risponda anche alle esigenza di spettacolo che il rugby di oggi reclama e che dirigerà il rugby di domani. Questo dinamismo si consoliderà contro i futuri avversari? Si vedrà! Conoscendo la cultura dell'eccellenza dei nipponici, non ho dubbi che sapranno preservare questo spirito di gioco.
Intanto, questa performance è benefica per i giapponesi. Restano in corsa per una possibile qualificazione (Scozia e Samoa non sono inarrivabili.) (L'articolo è stato scritto prima del match con la scozia, ndt), rispondono anche agli obiettivi del IRB che spera di vedere finalmente qualche paese emergente competere con i migliori e entrare nella classifica dei Top 10; per finire questo successo creerà una favolosa infatuazione in Giappone e ne faciliterà la comunicazione e tutto quanto ne consegue per accogliere fra 4 anni la coppa del mondo.

Pierre Villepreux (Midi Olympique)

Libera traduzione di S.A.

presa al volo / n°27

esposito

 

un figlio della Tarvisium

 

Come da tradizione, con i vecchi amici rugbisti di sempre, siamo di fronte al televisore, salami, prosciutto crudo, parmigiano in tavola e birra in mano a guardare Scozia – Italia.
In piedi a cantare l’inno e ad urlare “vai ragazzo!!!” quando le immagini si soffermano sul volto del “nostro” Angelo. Faccia tesa, occhi pronti alla “battaglia” che di lì a pochi minuti avrà inizio…

La partita è difficile, subiamo, non vinciamo palloni ed i ¾ devono “solo” placcare …ed Angelo corre a destra e a manca per mettere a terra gli avversari… ad un tratto gli occhi esperti vedono in un lampo l’immagine di un brutto approccio di Angelo ad un placcaggio …le immagini continuano a seguire le azioni ma nella nostra stanza cala un silenzio carico di tensione, timore, speranza di rivedere quella maglia numero 14 ricomparire nello schermo…ed invece no, l’arbitro ferma il gioco e l’inquadratura è tutta per il nostro ragazzo a terra dolorante con i 2 medici che gli tengono la spalla…esce, volto truce, lacrime tenute a stento…la diagnosi parla di rottura del legamento e necessità di intervento chirurgico…mondiale finito, sogno infranto…

Angelo rappresenta, non solo per chi ha avuto la fortuna di allenarlo ma per tutta la Tarvisium, l’emblema del successo di anni di lavoro nella formazione, di tante ore investite su centinaia di bambini, ragazzi, uomini che arrivano al campo per “trasformarsi” nel tempo in rugbisti, per diventare dei “guerrieri” in campo ma dei “gentlemen” fuori, per diventare Persone che agiscono nella vita rispettando i Valori del nostro sport.
Angelo è l’orgoglio di tutte le “magliette rosse” anche se, come è giusto che sia, ora scende in campo con una maglia di colore verde (quella della Benetton Rugby) a disputare un campionato internazionale..

Angelo, grazie anche e soprattutto all’imprinting dato dalla sua famiglia, pur essendo stato fin da piccolo un “talento”, pur emergendo fin da bambino nelle partite rispetto agli altri giocatori, ha sempre mantenuto un atteggiamento umile sia in campo che fuori. Negli ultimi anni ha subito alcuni infortuni ma ha sempre avuto la forza e la determinazione di recuperare per tornare in campo con ulteriore forte motivazione ed entusiasmo, ha imparato a lavorare non solo sul suo corpo e sulla tecnica ma ha compreso quanto importante sia usare al meglio la mente e gestire e proprie emozioni iniziando un nuovo percorso di sviluppo attraverso “il rilassamento e le visualizzazioni".

A dimostrazione di questo ulteriore crescita personale a pochi giorni dall’ultimo “incidente” ha postato sulla sua pagine Fb la frase:

"Sai perché cadiamo? Per imparare a rimetterci in piedi…”

proprio in questo momento di difficoltà, di dispiacere, il giovane ragazzo, è riuscito a darci una bella lezione di forza, di atteggiamento positivo!

Anche di questo io mi sento di ringraziarlo perché avere concreti ESEMPI positivi da presentare ai nostri giovani (ma anche per noi “maturi”!) è oggi particolarmente importante.

Io sono certo che Angelo, (che oggi ha solo 22 anni), grazie alla sua caparbietà, al suo impegno, al suo modo di pensare positivo, riuscirà a recuperare presto, tornerà a giocare nell’alto livello, riconquisterà la maglia azzurra e parteciperà ai prossimi 2 o 3 mondiali cosa che la sua giovane età gli permette di “sognare”…

Angelo continuerà ad insegnarci che i sogni si realizzano...

 

Massimiliano Ruggiero

presa al volo / n°26

bastareaud

 

 

...“Ci fermiamo o andiamo avanti così?”

 

Grazie ad un amico ho avuto la fortuna di leggere questo articolo, è una conferma ulteriore di quelle che sono le mie convinzioni, espresse altre volte anche in questa rubrica, su quello che NON dovrebbe mai diventare questo sport e su come occorre essere “educati” a praticarlo, dove per educati intendo i ragazzi, gli allenatori ma anche i genitori. Alla Tarvisium si cerca di seguire la strada più sana, evitando scorciatoie e combattendo le contraddizioni di questo mondo. Ed io ne sono orgoglioso.


Valentino colantuono

Dal corriere.it del 5 gennaio (di Roberto Iasoni)

Le Monde del 3 gennaio dedica un lungo servizio al rugby francese. Pagine che scavano sotto la pelle della cronaca. Un esame di coscienza suggerito, forse, dalle lacrime di Bastareaud seguite alla disfatta del Tolone con lo Stade, il 28 dicembre scorso: “E’ dall’inizio della stagione che sono uno zombie… Non riesco a ritrovare il mio livello… Credo di essere arrivato al punto di rottura… A un certo punto bisogna saper dire basta…”.

La sintesi del servizio è condensata in un grafico, che contiene numeri impressionanti. Nel 1995 il più grande budget stagionale francese era di 2,2 milioni di euro, il budget 2014/2015 dello stesso club, ancora il più ricco di Francia, è di 35 milioni di euro. Trattasi dello Stade Toulousain. Sempre nel 1995, gli iscritti alla Federazione erano 263mila; oggi sono 454mila. Nel 1987 il peso medio di un giocatore di coppa del mondo era di 91,4 chili, per un’altezza di 1,85 centimetri; oggi sono 101,4 chili per 1,88 centimetri. Nella finale dei Mondiali 1987 i placcaggi furono 160 in 21 minuti e 12 secondi di gioco effettivo; nel 2011 sono stati 282 in 37 minuti e 35 secondi.
La prima pagina dell’inchiesta di Le Monde sul rugby

Titolo dell’articolo: “I vent’anni della metamorfosi di Ovalia”. Bisogna leggerlo, perché dice qualcosa che riguarda tutto il mondo del rugby, non soltanto quello di osservanza francese. Così l’abbiamo tradotto e ve lo riportiamo, con qualche marginale omissione. Intanto va detto che per l’autore, Adrien Pécout, sembra si tratti di una mutazione negativa, con qualche tratto di autentico orrore. L’innesco della “metamorfosi” – attacca Pécout – avviene dell’agosto 1995, quando l’IRB chiude il capitolo amatoriale e apre quello del professionismo. I club d’Oltralpe entrano nella nuova era con maggiore timidezza rispetto ai colleghi dell’emisfero sud, esaltati dalla vertiginosa offerta che il magnate Rupert Murdoch aveva fatto loro un paio di mesi prima per i diritti televisivi (550 milioni di dollari).

Emile Ntamack era allora campione di Francia (Tolosa) e brillava pure nel XV francese: “Prima del ’95 – dice – si guadagnava qualcosa, ma il rugby non era la principale fonte di reddito. Era un bonus”. Da quel momento il rugby accelera. Tre anni dopo nasce la Ligue nationale, a cui fanno capo i campionati Top 14 e Pro D2. “Oggi è tutto più rigoroso – commenta il coach della Scozia Vernon Cotter, che la Francia l’ha conosciuto come giocatore, negli anni Novanta, e come allenatore vincente: Clermont, 2010. – Allora, prima di giocare, a tavola non mancava mai il vino rosso. Adesso non è neppure immaginabile”. Diventato professionista, Ntamack ha messo da parte gli studi di scienze motorie e ha cambiato vita. “Siamo passati da due allenamenti a settimana – ricorda – a due sessioni giornaliere. E oggi se il coach fissa un allenamento in più tutti se ne fanno una ragione, nessuno marca visita”.
Il passaggio epocale porta alla nascita del sindacato dei giocatori (Provale), divenuti a tutti gli effetti lavoratori salariati. L’Union des Joueurs de rugby professionnels oggi rappresenta 900 atleti. ”All’inizio della mia carriera – dice il presidente, Robins Tchale-Watchou – se andavi alla seduta muscolare una volta alla settimana eri un extraterrestre. Gli allenatori ti guardavano con diffidenza, convinti che gonfiare i muscoli facesse perdere l’agilità. Oggi bisogna fare due o tre sedute muscolari ogni settimana, vacanze comprese”. Risultato: “La robotizzazione dei corpi. Oggi ci si allena con il gps fra le scapole per ottimizzare l’analisi”, osserva Daniel Herrero, l’ex joueur e entraineur del Tolosa, famoso anche per la bandana rossa che ferma la massa bianca dei capelli. In due decenni le funzionalità dei giocatori sono aumentate in modo esponenziale. Il tempo di gioco effettivo è raddoppiato: da 20 a 40 minuti. I giocatori sono spinti al limite. E allora si capiscono le lacrime di Bastareaud.
Sempre più gagliardi e muscolosi, i rugbisti diventano sempre più pericolosi tra di loro. “Un giocatore di 90 chili che piombava su un avversario a 20 all’ora era meno violento di quella specie di goldrake da 110 chili che oggi si schianta a 30 orari su un altro ufo robot”, commenta con amara ironia Jean-Marc Lhermet, direttore sportivo del Clermont. I giocatori sanno i rischi che corrono. “La nostra salute è in gioco – conferma il tallonatore David Roumieu, capitano dell’Aviron Bayonnais. – Un trauma può avere conseguenze immediate sulla carriera, ma anche sul futuro, e questo conta quando si è padri di famiglia”.
Poi c’è lo spettro del doping. Nel 2013 la direttrice dell’Agenzia nazionale antidoping ha parlato del rugby come dello sport con la più alta percentuale di positività. “Quando incrocio un rugbista e noto, per esempio, un’evoluzione della sua mascella (tipica spia dell’assunzione di ormoni della crescita) non posso non pensare con preoccupazione al futuro del mio sport e alla salute dei giocatori nel lungo termine”, ha detto in un’intervista, sempre a Le Monde, Laurent Bénézech. Nel suo libro “Rugby, quali sono i tuoi valori?”, uscito nel 2014, l’ex internazionale francese (15 caps tra il 1994 e il ’95) descrive giocatori che a lui sembrano esseri con un “codice genetico diverso dal resto dell’umanità”. Contro Bénézech è insorta gran parte dell’Ovalia francese. “Tutto quello che dice è falso – tuona Jean-Claude Peyrin, presidente della commissione medica federale. – Il rugby è uno sport di contatto, dunque è normale che si tenda a una preparazione fisica sempre più accurata. Con un allenamento specifico e una nutrizione appropriata, e senza prodotti vietati, si può far prendere 10 chili a un ragazzo tra i 19 e i 21 anni. Quanto alla storia della mascella, guardate il viso dei genitori e dei nonni degli atleti e constaterete che non ha niente a che fare con l’assunzione di sostanze proibite. Se vedete la mamma di Fabien Pelous non potete avere il minimo dubbio sulla provenienza della sua mascella squadrata”.
La “metamorfosi” riguarda anche il gioco, non soltanto i corpi. “Abbiamo attenuato il potenziale creativo”, rimpiange Herrero. Anziché scalare o scoprire spazi, i giocatori ormai vanno dritti come rinoceronti. “Quando hanno di fronte il muro della difesa, non producono la benché minima scintilla di fantasia: impattano in maniera brutale. Perché oggi una sola cosa conta, la vittoria”. L’anziano tecnico chiama in causa l’imponente “mediatizzazione e la ferrea logica economica del rugby”. Sottomessi all’obbligo del risultato per continuare ad attrarre sponsor, i club si sono trasformati in imprese. Imprese che devono ottimizzare i profitti giocando sempre più spesso, in stadi sempre più grandi per accogliere sempre più spettatori. E più giornalisti. Serge Blanco, estremo del Biarritz e della nazionale, oggi vicepresidente della Federazione: “Ai miei tempi si vedevano sempre le stesse persone. Al seguito della nazionale c’erano i soliti due o tre giornalisti, che spesso venivano a mangiare da me, positivi o negativi che fossero i loro articoli. Oggi quando arrivo in Federazione trovo una quarantina di giornalisti. Per questo chiedo loro di presentarsi se fanno delle domande. Ma molti vengono solo per piazzare il microfono, stanno zitti, e poi ti fanno a pezzi”.
Altro segno dei tempi: la proliferazione degli agenti. In questa stagione se ne contano 82 con licenza Ffr. “All’inizio ci guardavano come diavoli, ma oggi tutti sanno che facciamo parte di questo mondo, quanto meno dei suoi meccanismi economici”, spiega Miguel Fernandez, direttore della filiale francese di Essentially, l’agenzia che ha portato Dan Carter al Racing Métro (ufficialmente 1,1 milioni di euro all’anno, per tre anni: “salario” record nella Francia ovale). Da qualche tempo, Fernandez e colleghi si prendono cura della nuova generazione che non ha conosciuto il rugby amatoriale. “L’80 per cento dei nazionali ha fatto il suo percorso tutto all’interno del rugby – dice il ct del XV francese, Philippe Saint-André. – Mentre ai miei tempi molti ci arrivavano senza passare da questa filiera formativa. C’erano l’agricoltore, lo studente, o come me l’ex giocatore di tennis…”. Il che ha delle conseguenze sul futuro di giocatori senza un “pezzo di carta”. Christophe Gaubert, direttore dell’Agence XV, nata nel 2004 con il concorso della Lega e del sindacato, è preoccupato: “Tra i giocatori sentiti dal 2005 al 2010 appena il 40 per cento ha preso un diploma superiore. Mentre il 65 per cento di quelli sentiti fra il 2000 e il 2005 ce l’aveva”. La competizione è fortissima e ogni anno sono un centinaio gli atleti che rimangono disoccupati. Non tutti riescono a entrare nell’Eldorado del Top14, dove il salario mensile medio è di 13mila euro. “Quando parlo con alcuni giovani – dice Fernandez – ho l’impressione che si siano calciofizzati. Pretendono un certo status e un certo compenso prima ancora di aver dimostrato sul campo di meritarselo”. Normale anche che gli allenatori si aspettino l’esonero a fine stagione se i risultati non sono stati raggiunti con la fretta imposta dal sistema. L’ex campione di Francia nel 2011 Fabien Galthié ha conosciuto questa disgrazia addirittura il 29 dicembre scorso, con il Montpellier.
Certo, gli ingaggi restano molto al di sotto del calcio. In media, un calciatore della massima divisione guadagna 45mila euro al mese: tre volte di più. “Bisogna rimanere coi piedi per terra. A fine carriera il rugbista non potrà comprarsi lo yacht. Non ne avrà abbastanza per vivere di rendita. Dovrà reinventarsi una nuova vita professionale”, mette in guardia “Milou” Ntamack, oggi dipendente di Orange, guarda caso sponsor del Tolosa. L’agente Laurent Laffitte, nel giro Essentially, la spiega così: “Nel rugby non c’è divismo, a parte Dan Carter o Jonny Wilkinson. Quando un giocatore della nazionale va a un concerto, non sono sicuro che venga riconosciuto… Il rugby è ancora uno sport meno universale del calcio, ha un mercato più piccolo, dunque gli stipendi sono inferiori. In teoria, i soldi che prenderà Carter a Parigi rimarranno a lungo un’eccezione”. “Riparliamone dopo la coppa del mondo”, conclude con una nota di scetticismo l’autore della magistrale inchiesta, Adrien Pécout.
Sulla prima delle pagine dell’inserto Sport&Forme di Le Monde, presentando il servzio sulla “metamorfosi” del rugby (non soltanto francese, verrebbe da aggiungere), Stephane Manard termina il suo editoriale con una domanda che facciamo nostra: “Ci fermiamo o andiamo avanti così?”.

 

 

presa al volo / n°25

grazie-ok

 

Quando dico che la Tarvisium ieri pomeriggio ha compiuto un gesto coraggioso, lo dico con convinzione. Non è facile per una società sportiva misurarsi su campi diversi da quelli che gli sono propri. Tantomeno per chi ha dovuto (spesso) fare i conti con le proprie risorse e (ancora più spesso) sopperire alle mancanze con la dedizione e la convinzione.

Potrei raccontare di come questo progetto è nato, della convinzione e della fatica con cui la Tarvisium l’ha portato avanti, delle numerose riunioni in cui ci siamo incontrati attorno ad un tavolo a discutere, confrontarci, emozionarci, della incredibile capacità di questa società di produrre sinergia. Ma sono certo che tutto questo emergerà nel tempo.
Ora, sento forte il bisogno di ringraziare.
Chi è salito sul palco.
Qualcuno ha dovuto vincere (grandi) timidezze e insicurezze, altri misurarsi su campi poco conosciuti oppure ritornare appositamente da lontano, giusto il tempo per raccontarsi. Tutti si sono messi in gioco e tutti hanno scavato dentro ai ricordi, alle emozioni, ai sentimenti partorendo un pezzo della loro anima. Con il sorriso, ma non senza fatica e (probabilmente) un pizzico di dolore.
Chi ha lavorato dietro le quinte.
Un vecchio amico ci ha diretto, ordinato ed organizzato. Con leggerezza e capacità.
Una nuova amica è stata capace di sostenere le parole con le emozioni che solo le immagini, le belle immagini, sono in grado di fare.
Chi si è dato da fare (come spesso accade) nell’ombra.
Mi riferisco a chi ha lavorato per diffondere l’evento, sostenerlo, arricchirlo dentro e fuori l’ambiente della società. Anche semplicemente svolgendo, come sempre, il proprio lavoro in campo, nella club house, in infermeria.
E infine, un grazie anche a tutti voi che avete scelto di condividere con noi questo evento.Senza non avrebbe avuto senso.
Grazie
Grazie
Grazie.

Paolo Marta